Ancora sulla gioia

Che io sappia – o meglio, che io ricordi – questo dovrebbe essere l’ultimo racconto inviatomi sul tema della “Gioia” non ancora pubblicato. Nel caso così non fosse, mandatemi un’e-mail all’indirizzo info@macademia.it per segnalarmi eventuali omissioni. Ringrazio pubblicamente Maria Cristina Ansoldi per la pazienza dimostrata nell’aver saputo attendere questo momento con grande calma e tranquillità. Le regole – lo ripeto solo per abitudine – sono sempre le stesse: a voi l’onore della lettura e l’onere dell’editing!

Davar, di Maria Cristina Ansoldi – Parte Prima

Eccole di nuovo! Sembrano pietre, eppure contro ogni logica vorticano ronzando sospese sulla mia testa mentre , sdraiata a letto, cerco inutilmente di prendere sonno.
Tutto è cominciato qualche giorno fa appena rientrata dalle ferie ma, a quanto pare, sono servite a poco se il risultato è questa strana allucinazione: pietre volanti.
Cercherò di dare un ordine ai fatti.
Tornavo in aereo da una vacanza. Dopo un brusco atterraggio, come il risveglio da un sogno, i passeggeri non vedevano l’ora di scendere e sgranchirsi le gambe, impazienti. Io invece, no. Ero restia ad affrettarmi. Tornando a casa sapevo già che avrei dovuto affrontare di nuovo i miei problemi di sempre: un lavoro impegnativo, collaboratori inadeguati e, “last but not least”, un rapporto affettivo deteriorato.

*Sono una giovane donna in carriera, efficiente, forse un po’ sbrigativa: ho l’abitudine di dire pane al pane e vino al vino con un’immediatezza disarmante. Qualcuno nei corridoi dell’ufficio ha definito la mia sincerità anche insensibilità, lo so per certo. È vero, sono impulsiva e a volte parlo senza riflettere, o meglio: sono perfettamente conscia e convinta di quel che dico, ma forse dovrei essere più oculata nella scelta delle parole. Diciamo che non sono diplomatica. Questo è il mio maggior difetto.*

La vacanza è stata solo una parentesi. Non posso scappare perennemente ma non avevo proprio voglia di riprendere il mio pesante tran tran….manco me la fossi sentita Così mi sono attardata, ho atteso che l’aereo si svuotasse e sono uscita per ultima. Non avevo fretta. Inquieta, lanciavo lo sguardo qua e là sui sedili. Tra giornali abbandonati, qualche involucro di biscotti e fazzolettini di carta usati, ho notato un libricino nero dall’aspetto sciupato. Faceva capolino da una delle tasche dietro a un sedile di prima classe.

Chiaramente era stato dimenticato dal passeggero che occupava quel posto, anzi, ricordavo benissimo quell’uomo perché era un tipo singolare. Vestito di nero portava due riccioli, come cavatappi, sulle basette bianche: era un ebreo, di quelli osservanti, credo. Perciò ho raccolto il libro con l’intenzione di restituirglielo in attesa delle valigie al tapis roulant.

Mi sono incamminata alla consegna bagagli, ma del goffo “pinguino”, nemmeno l’ombra. Svanito. Poco male – ho pensato- se ha dimenticato il libro, significa che non ha poi così grande importanza per lui e sorridendo divertita mi son detta :- È un segno del destino.

*Amo i libri e l’essermi imbattuta nel libricino nero significava che “quel libro” voleva essere mio. Chi ama leggere sa benissimo che non siamo noi a scegliere i libri, ma che sono proprio loro, i libri, che in qualche modo misterioso ci chiamano e ci scelgono, come avessero anima e sentimenti. Ed io, ogni volta che sono “scelta”, mi sento pervasa da una gioia profonda, un sentimento di pienezza, colmo di attesa. É la gioia di sapere che un piacere ancora più grande ci spetta.*

Perciò, con tutta calma e la coscienza alleggerita, ho riposto il volumetto nello zaino. Lo avrei sfogliato dopo, posticipando una gioia, nella quiete della mia stanza, seguendo un rituale tutto mio: sfiorare, toccare, annusare, leggiucchiare qua e là. Una serie di piccoli piaceri, ma sono queste piccole briciole che formano il dolce.

È stata dura tornare alla vita di sempre ma poi mi sono consolata, ricordando che avevo un nuovo libro.
Mi attraeva: sulla copertina di ruvida tela nera, un po’ scolorita ,non c’era nessuna scritta . Il colore e l’aspetto logoro mi ricordavano il messale di mia nonna. L’ho aperto e sono rimasta interdetta: non era stampato con caratteri leggibili, almeno per me.I segni erano eleganti, decorativi direi, molto simili tra loro. Doveva essere ebraico.

– Peccato! – ho subito pensato – Non riuscirò a leggerlo e un po’ della gioia del ritrovamento già era svanita. Mi sentivo un’analfabeta, però ero incuriosita e ho continuato a sfogliarlo, anche se mi dava un senso d’impotenza non poterlo decifrare. Qua e là però, sul margine, c’erano alcune annotazioni a penna, il tratto sottile un po’ sbiadito. Almeno quelle erano in caratteri latini, anche se antiquati. Mi attendeva una nuova delusione: la lingua mi era sconosciuta, a tratti mi pareva tedesco. A fatica ho sillabato ad alta voce una delle annotazioni proprio là dove il volumetto si apriva da solo. La nota, sottolineata, scritta con caratteri più grandi, sembrava importante. L’ho riletta ad alta voce, scandendola. La lingua aveva un suono armonioso e grave insieme ma provavo un senso di disagio. È inquietante non sapere cosa si sta leggendo. Mi sembrava di essere un bimbo alle prime armi con la lettura: suoni complicati e parole sconosciute. Ho chiuso il libro di scatto, innervosita.

Sapevo che il giorno seguente sarebbe stata una giornata dura col rientro in ufficio e tutto quel che ne seguiva, ma il sonno, nonostante la stanchezza, o forse proprio per quello, non arrivava. Pensavo con fastidio alle incombenze improrogabili che mi attendevano.Tra l’altro dovevo richiamare la mia collaboratrice che ultimamente aveva combinato parecchi pasticci, disorganizzata com’è.
A voce alta, per fare ordine nei miei pensieri, come faccio spesso quando sono agitata e innervosita, ho elencato tutte le manchevolezze di Chiara, la mia segretaria.

“Inaffidabile…imprecisa…ritardataria…disordinata….ho tutti gli estremi per un licenziamento, se non cambi carina!”, ho esclamato. La mia voce infastidita riecheggiava nella stanza.

8 thoughts on “Ancora sulla gioia”

  1. Cari compagni di corso, cosa succede? Mi aspettavo qualche sana critica, anzi la “temevo”.invece mi sa che sentite già aria di vacanza (Macademia ha concluso i corsi) .ringrazio Ale che si é fatta viva ma mi aspetto anche di sentire gli altri! 😉
    Kitty

  2. @Alessandra. Devo ammettere che stavo attendendo qualche altro timido commento ma a questo punto… domani inserirò la seconda parte. Un caro saluto a tutti.

  3. Scusami il ritardo Cristina.
    E’ proprio come dici tu, e’ l’effetto del fine corso.
    L’idea delle pietre volanti come inizio del racconto,mi e’ piaciuta.
    Lo sviluppo della stroria, permette di immedesimarsi bene anche se non consente una fuga dalla realta’,come piace a me.
    Mi ha comunque incuriosito ed aspetto con piacere la seconda parte.
    Come nota, oserei dire, di aver notato alcune ripetizioni e la tendenza ad allungare le frasi.
    Quando arrivera’ il continuo, rileggero’ tutto, magari e’ solo una mia impressione.
    Adriano.

  4. Adriano grazie per le tue osservazioni.in effetti, è vero, tendo ad essere un po’ ripetitiva e prolissa,ma questa volta lo scopo è calare il lettore in una ‘logica’diversa.quanto alla ‘fuga dalla realtà’-che anch,’io amo molto- non dovrebbe mancare…ma mi dirai tu se ti ho deluso o meno.
    A rileggerti presto.
    Cristina

  5. L’atmosfera e lo stile di questa prima parte è un po’ alla Carlos Ruiz Zafon. Sbaglio? Leggerò il seguito. Comunque mi pare partito bene.

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