Infin siam giunti

Ecco la terza ed ultima, parte del racconto di Alessandra Castelli. Anche se oramai è pratica consolidata, vi confermo che quanto state per leggere non è stato oggetto di alcun editing e quindi… datevi da fare! Buon lavoro.

La casa gialla, di Alessandra Castelli – Parte Terza

Il giorno seguente gli infermieri trasferirono Silvana sull’ambulanza che partì verso l’ospedale, seguita dalla vettura di Paolo. L’uomo parcheggiò, scese dall’auto e si avviò con calma cercando di radunare i pensieri: tutte le cure che lui assicurava alla moglie erano veramente così utili? Aveva senso continuare a tormentarla con mille accertamenti e quali risposte sperava di trovare in quelle analisi laboriose? Silvana si era rifiutata di sottoporsi alle analisi una volta sola ma poi, vista l’insistenza del marito, si era rassegnata. E ancora adesso, dopo anni, la rassegnazione era l’unica arma con la quale lei combatteva la malattia. Aveva senso tutto questo? Se lo chiedeva continuamente, soprattutto di notte, quando, sveglio, ascoltava il respiro della moglie accanto a lui. E ogni notte, Dio sa quanto ci aveva pensato, sperava che quel respiro si fermasse da solo e se la portasse via nel sonno. Pazzie della notte, quelle, che alla luce del giorno apparivano puerili e ridicole, ma che lasciavano il segno lacerandogli l’anima. Paolo si avvicinò all’infermiera del piano per chiederle in quale stanza avessero ricoverato Vianini Silvana e poi, fatto un respiro profondo, si avviò lungo il corridoio preparando un sorriso allegro per la moglie.
Roberto si precipitò a casa dei genitori e aprì le porte interne una a una con il passpartout che si era procurato. In ogni stanza non c’era più traccia dei quadri, dei soprammobili e dell’argenteria che l’avevano resa calda e accogliente. Ogni porta che spalancava era un pugno nello stomaco così forte che gli impediva quasi di respirare. Tutto era squallido e vuoto, desolatamente vuoto. Gina lo seguiva, prima per il corridoio e poi sulle scale, cercando di richiamarlo ma l’uomo sembrava un pazzo, apriva le stanze e sbatteva le porte imprecando finché, arrivato nell’ultima, iniziò a prendere a pugni il muro, fino a ferirsi le mani.
« Roberto, vieni via. Andiamo. Chiudo tutto io. Tu intanto vai giù, in cucina. » gli disse Gina, prendendogli le mani.
Roberto fece gli scalini a due a due e uscì in giardino e quando Gina lo raggiunse vide la sua macchina sgommare sulla ghiaia. Roberto guidò per ore in aperta campagna, frastornato. Il rancore che sentiva per quel padre apparentemente perfetto ma che gli aveva dedicato briciole di tempo, si tramutò in odio furioso. Si sentiva stupido e infantile a reagire in quel modo ma non poteva farci nulla. Attraversò il paese e davanti al bar Sport decise di fermarsi. Conosceva il gestore da una vita e quel giorno aveva bisogno che fosse un volto amico a fargli strada verso casa. Aveva bisogno di normalità e di calore mentre tutto, dentro di lui, stava esplodendo.
« Roberto! Che bello vederti! Da quando lavori in città non passi più a trovarmi! »
« Hai ragione, Giovanni, sono qui proprio per farmi perdonare. Mi dai un whisky? » chiese Roberto nascondendo le mani ferite dentro le tasche.
« Certo. Allora che mi racconti? So che sei un avvocato famoso! »
« Famoso, no, diciamo che ho un buon giro di clienti. » si schermì Roberto.
« Con un padre come il tuo, non potevi fare diversamente. Anche tuo padre è stato un grande! »
Roberto sentì un dolore sordo allo stomaco. Era stato un errore tornare lì dopo tanti anni perché avrebbe dovuto immaginarlo che Giovanni gli avrebbe parlato del padre.
« Ha fatto tante cose per questo paese, lo sai? Roberto, ma te ne vai di già?»
« Devo scappare. Scusami, ma torno un’altra volta. Quant’è? » chiese facendo il gesto di prendere il portafogli
« Lascia stare, offro io. Anzi no, me lo paga tuo padre dopo domani con una bella mormora fresca.» rispose, ridendo
Roberto stava già per andarsene, quando si voltò di colpo:
« Perché una mormora?» chiese.
« Perché tuo padre domani sera va a pesca di mormore. E con la fortuna che ha, sono sicuro che gli andrà bene. La fortuna del principiante, no?»
Lo stupore di Roberto era alle stelle:il padre non aveva mai tenuto una canna da pesca in mano e mai sarebbe andato a pescare, e di sera poi! Ma non poteva certo dirlo a Giovanni e piuttosto ostentò una certa indifferenza:
« E a che ora si va a mormore? »
« Al tramonto. »
« E con chi ci va? »
« Con chi non lo so, ma se arrivi al porto vecchio prima che lui parta, scommetto che ti prenderà con sé. Come mozzo, s’intende.» concluse Giovanni, ridendo forte.
Roberto si congedò e uscì dal bar ancora più confuso di quando era entrato. Telefonò a Gina che gli confermò che il giorno dopo sarebbe andata dalla madre dalle cinque alle dieci di sera e quella notte lui non dormì. Il giorno successivo, disdettò tutti gli appuntamenti del pomeriggio e pranzò a casa, da solo. Susi era fuori, come faceva ormai da mesi, e i ragazzi al centro estivo. Indossò abiti sportivi e uscì, diretto al porto vecchio.
Paolo salutò la moglie con un bacio:
« Scusami, cara, non vorrei andare via ma stasera c’è un consiglio di amministrazione straordinario e vogliono che io lo presieda come Consigliere più anziano. Farò presto. Te lo prometto. »
Silvana annuì e gli sorrise, poi girò gli occhi verso la televisione accesa.
Paolo parcheggiò la stationwagon all’ombra, aprì il bagagliaio e sobbalzò quando sentì la voce del figlio:
« Ciao. Possiamo parlare?»
« Roberto! Che ci fai qui e a quest’ora, per giunta? » gli rispose Paolo voltandosi.
« Lascia perdere cosa ci faccio. Ti devo parlare. »
« Adesso? Roberto, come vedi sto andando a pesca. Non possiamo farlo domani? » chiese seccato.
« Domani? Perfetto. Magari ci sediamo comodi in salotto, che ne dici? »
Paolo sentì un brivido freddo corrergli lungo la schiena. Lentamente, molto lentamente, si sedette sul bordo del bagagliaio e rifletté sul da farsi. Da un lato avrebbe voluto mandare al diavolo quel figliolo che s’impicciava di affari che non lo riguardavano, dall’altro aveva anche il desiderio di togliersi un peso che lo tormentava da molto tempo. Posò lo sguardo addolorato sul figlio che ne rimase così colpito da sentire sfumare, d’un tratto, tutta la propria rabbia.
« Perché hai svuotato tutte le stanze? » gli chiese dolcemente.
« Roberto, non ho voglia di parlarne, adesso. » rispose il padre nell’ultimo tentativo di procrastinare un chiarimento che lo metteva a disagio.
« Eh no! Tu ora ne parli, eccome! Io sono stufo di tutta questa storia e voglio sapere cosa stai combinando.» rispose Roberto nuovamente infuriato.
Paolo si tolse il cappello e lisciò i capelli, un gesto che faceva sempre quando voleva racimolare le idee prima di parlare, mentre Roberto camminava avanti e indietro aspettando una risposta,
« Vieni. » disse alla fine Paolo alzandosi e prendendo le canne. Il figlio non si mosse.
« Allora, vieni o no? » chiese di nuovo mentre si avviava verso il molo lasciando a Roberto il compito di chiudere la macchina. Insieme raggiunsero il sesto molo e sempre insieme e senza dire una parola salirono sulla barca.
« È tua? » chiese Roberto e al segno affermativo del padre aggiunse:
« È per comprare questa che ti sei venduto tutto? »
« Roberto siediti lì ,che così almeno non impicci! » esclamò il padre, riprendendo il tono abituale.
Roberto rimase in piedi davanti a lui: il padre tentava di dominarlo come quando era ragazzo, cosa che Roberto proprio non sopportava.
« Sto aspettando una spiegazione. Allora? » chiese fissando gli occhi del padre.
« Allora, sì, mi sono venduto tutto. »
« Perché? Per chi? »
« Per me e la mamma. Quando ha avuto l’incidente, ho promesso a me stesso che avrei fatto vivere la mamma nella casa che lei ha amato così tanto. Ma la mamma non si muove più da quel letto e il resto, quindi è inutile. Allora ho deciso di sbarazzarmi di tutto e mi sono comperato questa barca.»
« Ma tu non sei mai andato in barca in tutta la tua vita! » esclamò Roberto esasperato.
« È strano, vero? »
« È strano che tu faccia tutto di nascosto!»
« Roberto, siediti che mi dai i nervi.»
« Ti do i nervi, eh? E tu? Tu che sparisci in continuazione, tu non dai i nervi? » ribatté il figlio.
L’impulso di Paolo era quello di mettere in moto la barca e andare a pesca con o senza Roberto, ma l’espressione del suo viso glielo impedì e quindi si decise a dare una spiegazione:
« Roberto, da quando la mamma è in quelle condizioni la mia vita è molto cambiata. »
« Lo so ma…»
« Roberto, stai zitto e ascolta. Volevi una spiegazione? Eccola, ma lasciami parlare. Dunque. Ti dicevo, in questi anni ho imparato tante cose che la condizione tragica di tua madre mi ha insegnato. La mamma non ha bisogno di oggetti, ma di speranza e desiderio di vivere, perché lei vorrebbe tanto morire. Lo vedo nel suo sguardo ogni mattina e allora io, ogni giorno, devo tenerla attaccata alla vita perché possa continuare a starmi accanto, perché io bisogno di lei. Ne ho bisogno, Roberto, capisci? »
Il figlio annuì e il padre riprese:
« Per anni ho sperato nella guarigione e per anni siamo andati in cerca di cure, finché la mamma ha detto basta. Io l’ho rispettato quel suo basta, ma non sono mai riuscito a sopportare la sua sofferenza accompagnata dal desiderio di volare via. Allora ho pensato che se ogni giorno le portavo me stesso, la mia gioia di vivere, di gioire e di partecipare alla vita, forse lei si sarebbe aggrappata a me, e insieme saremmo andati avanti lo stesso. E così è stato finché non ho scoperto di essere anche io troppo stanco e svuotato da non poter più essere utile alla mamma. »
«Papà, ti ho sempre detto di metterla a Villa Giulia…»lo interruppe Roberto.
«Roberto non capisci! Vuoi sapere, ma non ascolti! » s’irritò Paolo.
« Allora aiutami tu a capire. »
Paolo non sapeva bene da dove cominciare perché le cose da dire erano tante e non era abituato a condividere con il figlio le proprie emozioni, ma doveva provarci se voleva aiutare il figlio a dare un senso al dolore che li aveva travolti entrambi.
« Roberto, ficcatelo bene in testa, io mi occuperò della mamma fino all’ultimo. Mai e poi mai permetterò a mani estranee di accudirla. Lei è sempre stata il mio nord e solo grazie a lei sono stato un uomo felice. Ricordi? Nel bene e nel male, in salute e in malattia. L’ho giurato, Roberto. Gliel’ho promesso e poi non saprei come vivere senza la mamma. Però ho anche compreso, e con molto dolore, che ho bisogno di alcuni momenti da solo per ricaricarmi. E così una volta sono andato a pesca sulla barca di un amico e poi ho deciso di averne una tutta mia perché è l’unico luogo che non mi ricorda la mamma. »
Paolo fece una pausa e Roberto ne approfittò per chiedere:
« Ma perché di nascosto da tutti? »
« Perché mi sento in colpa. La mamma non sa che ho venduto tutto quello che potevo per avere questa barca. Non sa nemmeno della barca perché l’ansia la ucciderebbe. E invece io, qui e lontano da lei per qualche ora, mi sento rivivere. E la gioia che provo è immensa. Solcare il fiume e poi il mare aperto, bordeggiare lungo la costa e stare in silenzio per ascoltare il mondo, questa è la vera gioia, Roberto. O meglio, questa è la mia gioia. Gli oggetti sono immobili e sterili e non mi dà più alcuna gioia possederli. Invece il gabbiano che si alza in volo, instancabile, i pesci che saltano e abboccano, il mare che ti culla, ti dondola e poi ruggisce mi fanno sentire vivo. Io mi sento in colpa, per questo, perché io vivo e provo ancora tanta gioia qui e lontano dalla mamma, mentre lei, una gioia simile, non potrà provarla. Mai più. Allora le porto la mia, o almeno cerco di farlo, tutti i giorni, mentre la lavo e la vesto come se dovesse uscire, mentre le leggo il giornale o le preparo le cose che più le piacciono. La barca è il mio conto corrente e accudire alla mamma è la mia spesa, ma ti assicuro che sono in attivo. »
Paolo si alzò lentamente e iniziò ad armeggiare col motore. Roberto rimase al proprio posto guardando l’acqua oleosa sotto bordo e si sentì stupido e meschino perché aveva banalizzato lo strano comportamento del padre come un amore senile.
Pensò alla propria vita che correva veloce tra i mille impegni di lavoro, le spese abnormi, i figli che chiedevano sempre di più. Cosa c’era dentro al proprio lavoro febbrile, cosa c’era di veramente utile nei soldi che Susi spendeva a palate e cosa c’era di vivo negli oggetti che i figli gli chiedevano in continuazione? Oggetti, solo oggetti, ma nessun progetto. La loro era una vita di sacchetti colorati e accattivanti, uno in fila all’altro, meravigliosi da vedere ma tutti miseramente vuoti. La propria vita era la parata del possesso, il possesso del nulla. E il padre invece? Il padre aveva buttato via tutti i sacchetti e aveva deciso di vivere una vita ancora vera e autentica nonostante la malattia della moglie. Lottava per rimanere vivo, vigile, attento e non narcotizzato dal dolore e dalla rassegnazione. Il padre lottava per due, tenendo stretto a sé un corpo inerme che voleva, invece, abbandonare la partita. Susi l’avrebbe fatto? E lui? Il brivido gelato che sentì correre sulla schiena gli diede la risposta. E fu proprio allora che Roberto comprese il vuoto della propria esistenza, lo comprese, pensando a Susi che se ne stava andando e ai figli che subivano, silenziosi, quella perdita alla quale lui non si era ancora opposto. E per la prima volta gli apparve chiara la via per una vita ancora possibile, con la propria famiglia. La gioia di vivere e di condividere il tempo, le passioni e i dolori. La condivisione, ecco cosa mancava, la condivisione della vita e dell’amore per essa, comunque andasse a finire. Roberto pensò ai propri figli che gli stavano sgusciando via, senza che lui potesse fermarli, ma quei figli amavano davvero la vita? E lui? No, non avrebbe trovato subito le risposte. Doveva darsi tempo e cercarle assieme a Susi e ai ragazzi. Alla fine chiese:
« Papà, posso venire con te? »
« Certo. Ma devi stare zitto sennò non abboccano. » rispose il padre mentre a tentoni cercava le chiavi della barca perché due lucciconi gli impedivano di vederci chiaro. Roberto si sistemò a poppa, pronto al proprio dovere di mozzo:
«Non è troppo tardi per le mormore? »
Paolo avviò il motore.
« Al diavolo le mormore! » pensò mentre iniziava la manovra di allontanamento dal molo.

28 thoughts on “Infin siam giunti”

  1. Per finire il discorso di ieri sera, volevo dirti, in riferimento alla seconda parte che per l’ampiezza delle descrizioni, mi sembrava di leggere un romanzo più che un racconto che a mio parere dovrebbe essere un pò più stringato. Sebbene così facendo si rischia di renderlo meno completo.
    Ci sono stati alcuni punti che non mi sono stati subito chiari come ad esempio: “iniziò a lavorare di gran lena fino all’arrivo della fisioterapista”. oppure: “e non gli era balenato per la testa che non potesse essere che così” forse hai fatto per tenere un pò di mistero.
    Passando ora alla terza parte, posso dire che la preferisco alle prime due, per il sentimento che trasmetti e che io condivido.
    A mio avviso però c’è un errore di fondo.
    Mentre nelle prime due parti c’era un certo distacco e preparazione ad un finale col botto, così non è stato anche se i fili sono stati sicuramente tirati bene, perchè hai ceduto all’impulso di sfogare i tuoi pensieri e le tue personali passioni e convinzioni, o almeno, io ho sentito questo.
    Questa è la mia prima impressione, tirata a caldo e dato l’orario, probabilmente poco corretta.
    Voglio aggiungere che il pezzo l’ho trovato scritto bene, sempre comprensibile sia nei dialoghi che nelle descrizioni.

    Ora ti lascio, però ci penso e poi lo rileggo e se vedo altre cose, te lo dico.

    PS. Tieni comunque presente che io come critico valgo poco.
    Adriano.

  2. vorrei aggiungere che rimane pur sempre un bel racconto e che mi sono sentito trasportare con te in mezzo al mare.
    Adriano.

  3. ciao Ale ho finito adesso di leggere tutto il tuo racconto la prima e l’ultima parte sono fantastiche La seconda parte bella è ma per me troppo descrittiva perchè ero in attesa del movimento e di sapere cosa sarebbe successo. Verso la fine invece ecco c’è tanto movimento,sentimento, gioia, dolore, azione e poi c’eri tu con la tua passione questo lo ho apprezzato molto perchè quando leggo mi piace cercare il coinvolgimento dell’autore.Ciao al prossimo racconto spero che non mi farai aspettare troppo

  4. La storia è giusta così. A differenza di Adriano la preferisco infatti meno “gialla” di quanto era parsa all’inizio e mi sarebbe piaciuto un po’ più lunga. Una maggiore descrizione del passato di lei, in salute, avrebbe aiutato a comprendere meglio la devozione del marito. Ma sono dettagli. Bella indubbiamente l’idea di prendersi egoisticamente uno spazio di vita propria, e del tempo per sè, per poi meglio dedicarsi all’accudimento degli altri. E pensare che, mannaggia, a differenza del protagonista, ho venduto la barca.

  5. Aspetto che tutti quelli che mi hanno seguito fin qui dicano la loro, poi dico la mia. Intanto ringrazio tutti coloro che, con generosità, mi hanno dedicato tempo e attenzione.
    Alessandra

  6. Brava Alessandra, il racconto è ben equilibrato e con buoni spunti di riflessione: volersi bene per poter donare agli altri, è una vita che cercò di mettere in pratica questa norma.sei stata molto coinvolgente e hai ben dosato la suspense nella seconda parte che va bene così com’é a mio avviso. Ad una prima lettura l’ultimo dialogo tra padre e figlio,il chiarimento,m,era sembrato un po’ sovraccarico,in realtà mi sono lasciata sopraffare dalle emozioni che hai suscitato. Rileggendo, con calma, trovo opportuno anche il modo in cui si sviluppa il confronto tra padre e figlio. Non sono d’accordo con Flavio sul fatto di approfondire la vita di Paolo e Silvana prima dell’incidente,non è necessario: parla da sé l’amore di Paolo.
    Ho apprezzato molto i dialoghi , ben condotti,che ritengo sempre piuttosto difficili ; è un attimo scadere nel ridicolo o nel superfluo. È infine hai saputo trasmettere …la gioia
    Kitty

  7. Ho riletto sia il racconto che i commenti.
    Ho compreso meglio il perchè le prime due parti: descrittive, inserite in una situazione “normale”, senza fuga dalla realtà come piace a me. Mi hanno coinvolto meno, dell’ultima parte: più veloce, con un patos più forte, ben dosato sia nelle emozioni che nelle azioni. Difficile per me esprimere una critica corretta e rivedendo l’ultima fatta, senza troppo pensare, ne ho visto i limiti e il “giudizio” che non dovrebbe mai esserci. Da parte mia quindi, posso esprimerti solo le sensazioni, condizionate dal fatto che un pò ti conosco, e che quindi mi portano a pensare che il racconto sia stato strutturato partendo dall’ultima parte che tu volevi esprimere. Il tutto mi è comunque servito a confrontarmi col tuo modo di far vedere e sentire e per questo, ti ringrazio. Adriano.

  8. Ragazzi: grazie! Per me che amo scrivere per i bambini, questo lavoro è stato durissimo. Ho scritto e riscritto ogni pagina attenta a non scadere nel ridicolo, nel già letto ma, soprattutto, a non perdere per strada il lettore adulto. Vi ringrazio del tempo che mi avete dedicato anche a notte fonda, come Adriano, perché il vostro riscontro mi era davvero necessario per capire se, finalmente e per la pace di Fabio, fossi in grado di parlare anche “ai grandi”. Con calma rileggerò le vostra affermazioni per capire in cosa posso migliorare il racconto e la mia scrittura. Grazie anche a Fabio per la grande opportunità che ci dà attraverso questo lavoro, ma su questo argomento ho intenzione di tornare prima a voce il prossimo lunedì, se Fabio mi lascia uno spazio, e poi alla fine di tutto il lavoro. Ora attendo con voi il prossimo racconto. Di chi sarà?
    Un bacione.
    Alessandra

  9. Attraverso queste poche pagine, ho vissuto e rivissuto una storia davvero toccante, scritta con tanto trasporto, da far correre su binari paralleli la mia breve ma reale esperienza di persone e di vita, con quella fittizia dei protagonisti. Il modo di scriverla, pur a mio avviso davvero scorrevole e piacevole, è passato in secondo piano. O forse sono stati proprio i dialoghi essenziali e curati, la penna semplice ma emotiva, a condurmi per mano, passo dopo passo, in questo meraviglioso racconto sulla gioia. L’ho amato sin dall’inizio!
    P.s. Per ora mi limito alle sensazioni, affido l’editing a mani più esperte!
    Felicia

  10. Racconto ben scritto, indubbiamente.
    La psicologia dei personaggi è sufficientemente delineata, anche se non proprio profondissima. Del resto è un racconto breve e può andare bene anche così.
    Però, se dal punto di vista stilistico, sintattico e lessicale non ho nulla da dire (se non ‘brava!’ e ‘grazie!’ perchè ho imparato anche un termine che non conoscevo: disdettare), dal punto di vista della sensazione, o retrogusto, che questo racconto mi lascia come lettore, mi sento di esprimere qualche perplessità, poichè dovrebbe essere un racconto sulla gioia e a me, invece, sembra un racconto del terrore.
    Sarà che mi sono immedesimata nella ‘povera’ Silvana (e quel ‘povera’, Gesummaria, mio padre lo antepone ai nomi dei morti), piuttosto che nel marito o nel figlio; sarà che l’essere vivo e cosciente in un corpo che non si riesce a controllare è, per me, la peggiore delle condanne; sarà che, se mai dovesse succedere a me prego di aver vicino qualcuno che abbia il coraggio di lasciarmi andare -se questo è il mio desiderio- piuttosto che la volontà di tenermi vicino a qualunque costo per non affrontare il lutto (o per qualsivoglia altro motivo, ammantato o meno di di religiosità / etica/sensodicolpa/politicallycorrectità ecc); sarà che quando ho finito di leggerlo la sensazione che mi è rimasta dentro è stata ben diversa dalla gioia; sarà che per tutti questi sarà sopra elencati, io non lo annovererei fra i racconti dedicati alla gioia. A qualcos’altro, qualsiasi cosa, ma alla gioia proprio no.
    Parere personale, non legato al ‘mi-piace-non-mi-piace’, legato piuttosto a quello che gli indisciplinati lettori delle nostre cose a volte vanno a leggere nei nostri racconti e che noi non ci volevamo proprio mettere, ma quelli ce l’hanno trovato, mannaggia a loro. Mannaggia A Me. Che devo sempre vederci e tirare fuori cose diverse dagli altri. E chissà adesso Flavio che mi dice a lezione. Sigh.
    Comunque, al dilà di quelle che sono le mie sensazioni, brava. Il mio commento riguarda solo l’etichetta (se così si può chiamare) del racconto, non il racconto in sè che ho apprezzato per tutti gli altri motivi.
    Emanuela

  11. Ciao Kitty, ciao a Tutti.
    Anch’io ho passato la giornata ad arrovellarmi sul concetto di gioia e non è che sia arrivata a qualche fondamentale ed esaustiva conclusione, ma ho notato che, rispetto ad altre emozioni, la gioia è una delle più difficili, sia da provare personalmente che da suscitare nel lettore (almeno per me).
    Mi sono chiesta come mai e la risposta è che, purtroppo, nella mia vita è ed è stata un’emozione rara. Anche andando a frugare nei ricordi per cercare di recuperarne un po’, quando mi sembra di averne trovato un pezzetto, quell’infido si dimena e guizza via come un pesce, lasciando scie di dubbi sulla sua effettiva identità: sarà stata proprio gioia? o ero solo contenta? o ero solo un po’ felice? o era sollievo?
    E’ vero, come nota Kitty, che di solito è preceduta da una emozione negativa, almeno nella mia esperienza. Gioia allo stato puro, così, gratis, io non ne ho mai provata. Quando ho gioito, è sempre stato dopo (o come conseguenza di) un momento negativo.
    Paradossalmente, ho più dimestichezza con l’estasi mistica.
    E sulle note di questa mia ultima, incredibile rivelazione, vi auguro una buona serata!
    (Santa) Emanuela

  12. Vorrei aggiungere anche che, quando si prova gioia, il momento negativo che l’ha preceduta deve essere risolto. Quindi non riesco ad attribuire a Paolo quel sentimento, quando va in barca.

  13. Ho letto il commento di Ema ed effettivamente mi ha fatto riflettere sul concetto di gioia. Il racconto è colmo di sentimenti intensi ,tanto che me ne sono fatta travolgere, ma forse non è autentica gioia quella di Paolo. Poi ho riflettuto ancora ( qualche volta penso, anche ;). ) e sono arrivata a questa conclusione: solo la felicità,anche se per breve tempo è totalmente immune da malinconia e tristezza. La gioia, per sua stessa natura è più debole, più fragile e spessoè consolatoria, nasce da qualcosa non totalmente positivo ma che poi,col tempo rivela qualcosa di buono…che ci dà gioia, appunto. Non so se mi sono espressa in modo comprensibile. Morale della favola: sì, quella di Paolo é proprio vera gioia consolatoria .
    Qualcuno, anche Ale o Ema ha voglia di dirmi se sono corrette o no le mie deduzioni.?
    Rimane, innegabile il fatto che si tratta di un buon racconto…vorrei averlo scritto io!
    Kitty

  14. Intanto complimenti a tutti per i vostri interventi.
    Sono andata a vedere la definizione di gioia sul “Dizionario ragionato dei Sinonimi e dei Contrari” di Gianni Cesana dice:”…è un vivo godimento dell’animo provocato da qualcosa di improvviso e inaspettato”.
    Mentre alla voce felicità dice:”..è la condizione di chi ha o crede di avere tutto ciò che si può desiderare ed è pienamente soddisfatto”.
    Cosa ne dite?
    Ciao Federica

  15. Mi dimentico che esistono i dizionari e che ci sono già delle definizioni codificate per le parole, ma ,mentre sono d’accordo per la definizione di gioia, mi distacco da quella di felicitá. La parola ‘condizione’ , a mio avviso, indica uno stato duraturo nel tempo, mentre, sempre secono me la felicità è come lo zigzagare di un lampo nel cielo, un’emozione forte e repentina ma purtroppo di brevissima durata. D’ altronde , essendo un sentimento ‘perfetto’ è umanamente impossibile che duri nel tempo; si è gia fortunati se qualche sprazzo di felicità illumina come un bengala la nostra vita . Buona …luce a tutti!
    Kitty

  16. Esempio: la lezione di ieri sera che ha rimesso a posto tutti i pezzettini del mio puzzle, anche quelli che tenevo dentro il sacchettino perché non sapevo bene dove metterli, per me è stato motivo di gioia. Indotta, auto-indotta, non lo so ma poco mi interessa perché ho provato gioia: Stanca e zeppa di difficoltà come sono, come siamo, tutti avrei potuto scegliere di stare a casa… ho invece scelto la gioia da condividere con voi tutti. Ma non ci ho nemmeno dovuto pensare, ecco perché dico che la gioia è una lente con la quale guardare il mondo.

    Alessandra

  17. Non so, forse c’è bisogno di definire meglio quello che è ‘gioia’ perchè, se non ho dubbi che tutti ci troveremmo d’accordo senza bisogno di tanti chiarimenti e precisazioni su cosa siano paura, tristezza o rabbia (che, qualunque sia il grado di intensità, quelle sono) ho diverse perplessità a definire ‘gioia’ l’emozione da te descritta in relazione alla serata di ieri. Ovviamente, ognuno di noi sente in modo diverso, ma la gioia, per come la sento io, è intensa e forte come un pugno allo stomaco. L’ho provata quando per la prima volta ho potuto guardare gli occhi dei miei figli, appena usciti dalla mia pancia; l’ho provata la sera prima del mio matrimonio, quando mi sono resa conto che mio marito voleva sposarmi, proprio me e nessun’altra, e non aveva alcun dubbio; quando mi hanno dato la notizia che una persona a me molto cara aveva superato bene un’operazione pericolosa; quando ho visto su quel cartellone che avevo passato lo scritto che non riuscivo a superare da un anno e mezzo (ebbene, mi è successo!)… la portata di queste esperienze è diversa, ma l’emozione era la stessa: intensa, profonda, impossibile da confondere con qualcos’altro e senz’altro non leggera o sfumata.
    Per me la gioia è questa, può arrivare a farti piangere dall’intensità, può anche essere mescolata a sollievo, felicità ecc, e sicuramente arriva oltre il punto che potresti raggiungere da solo con la tua auto-induzione.
    E’ un’emozione che ho provato raramente nella mia vita, come dicevo in un altro post, ma i momenti in cui l’ho provata si sono scolpiti nella mia memoria e nel mio cuore per sempre. Se ieri sera a lezione hai sentito questo, allora sono d’accordo con te, hai provato gioia, ma se non è stato così, allora bisogna che cerchiamo di intenderci meglio sulla definizione di quell’emozione (felicità, contentezza, compiacimento, sollievo, godimento intellettuale e non ecc ecc).
    🙂
    (non mi firmo perchè il nome viene fuori sopra)

  18. Rileggendo il post nr 12, potrei sembrare in contraddizione con quello che affermavo lì, cioè:

    Anche andando a frugare nei ricordi per cercare di recuperarne un po’, quando mi sembra di averne trovato un pezzetto, quell’infido si dimena e guizza via come un pesce, lasciando scie di dubbi sulla sua effettiva identità: sarà stata proprio gioia? o ero solo contenta? o ero solo un po’ felice? o era sollievo?

    Il fatto è che in questi giorni ho riflettuto a lungo su questa emozione e sono andata a rivedere con il mio bulbo oculare del ricordo (modello MYRIMINDER A479/06) i vari momenti di felicità che galleggiano nella mia memoria. Ho potuto quindi operare questo distinguo riuscendo a circoscrivere con una certa certezza (che bella assonanza!) i momenti che definirei ‘di gioia’ da me vissuti.

  19. Ben lungi dalla gioia è invece il sentimento che provo ogni volta che percorro il tratto di strada che va dal ponte azzurro della Tencarola all’ex Salata, poichè in questi due giorni hanno tagliato più di 60 alberi penso secolari trasformando un bel viale alberato in una tristissima via senza verde.
    Ma chi è il delinquente che ha ordinato questo scempio?

  20. Io invece non sono d’accordo con la definizione di gioia, perché la gioia non è legata all’inaspettato o almeno non necessariamente. La gioia, così come le altre emozioni è un propulsore per la vita, e in quanto tale va messo in moto: la gioia va perseguita e ricercata nelle piccole cose, è un abito da indossare e una lente con la quale guardare il mondo. La gioia, a mio avviso, non è assenza di dolore o difficoltà,altrimenti non la proveremmo quasi mai, ma la capacità di assaporare la vita ritagliando, ad esempio, momenti per sé o condividendo alcuni pezzi di vita con gli altri. Si può provare gioia per moltissime piccole cose, ma la difficoltà sta nel vederle e apprezzarle. Per questo motivo io credo che la gioia sia una scelta. Si può scegliere di vedere quei piccoli o grandi momenti di gioia oppure no. Praticamente è questione di altezza dell’asticella: se la pongo troppo in alto non avrò mai gioia, se la pongo più in basso, allora mi è possibile provarla, ricaricarmi e godere il fatto di essere vivo. Va da sé che ognuno di noi ha un modo personale di viverla, ma alla fine per tutti è una questione di scelta: quale motore privilegio per percorrere la vita?
    Alessandra

  21. Ciao Ale, ciao a tutti.
    Secondo me si dovrebbe fare una distinzione fra emozioni spontanee ed emozioni indotte, che hanno bisogno di una nostra scelta per essere sentite.
    La gioia che si può provare -per scelta- nelle piccole cose, così come la descrivi, è un’emozione del secondo tipo, un esercizio mentale.
    Nella mia esperienza personale, per induzione è più facile provare emozioni ‘negative’ (tristezza, rabbia) che non gioiose, ma se qualcuno ci riesce, beato lui.

  22. Una precisazione: nel mio intervento precedente penso sia meglio sostituire ‘indotte’ con ‘auto-indotte’.

    @ Fabio: benvenuto nel nostro Circolo Pickwick 🙂

  23. Buona giornata a tutti! Ho la sensazione che Emanuela confonda la gioia con la felicità, almeno rifacendomi agli esempi che ha portato (la nascita dei figli, la consapevolezza di essere l”‘eletta” dal suo futuro marito , etc…). Condivido perfettamente invece la percezione e la descrizione fatta da Ale in cui ribadisce che la gioia è una lente , “rosata” aggiungo io’ un modus vivendi un abito mentale , una condizione del cuore, ma anche della mente che ci fa apprezzare, godere anche delle piccole cose della vita,della quotidianità. Nonostante i problemi, e tutti ne abbiamo da vendere,la gioia come sistema di vita è quella carezza affettuosa che ci permette di trovare un prato verde anche quando oggettivamente intorno a noi altri vedrebbero solo terra bruciata. Esempi di gioia? La telefonata inaspettata di un amico che non si sentiva da tempo, uno spiraglio di sole in una grigia giornata invernale, una difficoltà familiare che si snoda, l’acquisto di un buon libro e perchè no anche una bella lezione di Macademia condivisa con gli amici.
    Ci sarà il sole oggi? …staremo a vedere ( è ancora notte) e mettiamo i un bel paio di occhiali con le lenti “rosa” . Potrebbero aiutare! Kitty

  24. In natura ci sono elementi e sostanze combustibili di grado diverso. E pure comburenti diversi che attendono l’innesco. La gioia è così. C’è chi si lascia andare facile alle forti sensazioni e chi è più quieto e graduale. Personalmente mi sento abbastanza ignifugo e isolante. Non vivo momenti di gioia (e questo è il motivo per cui non ne scrivo). Piuttosto avverto in me sensazioni di placida serenità apparente.

  25. @ Flavio: grazie, penso che sia un colpo al cuore per tutti passare di là dopo aver assistito, impotenti, al massacro di quelle creature. A me personalmente viene sempre da piangere.

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